Sito della Chiesa di Cristo in Bondeno

  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

L'Amore

E-mail Print PDF

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio e chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato per noi l'amore di Dio: che Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché, per mezzo di lui, vivessimo. In questo è l'amore: non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ha amato noi, e ha mandato suo Figlio per essere il sacrificio propiziatorio per i nostri peccati. Carissimi, se Dio ci ha tanto amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.

Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e il suo amore diventa perfetto in noi. Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito. E noi abbiamo veduto e testimoniamo che il Padre ha mandato il Figlio per essere il Salvatore del mondo. Chi riconosce pubblicamente che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

In questo l'amore è reso perfetto in noi: che nel giorno del giudizio abbiamo fiducia, perché qual egli è, tali siamo anche noi in questo mondo. Nell'amore non c'è paura; anzi, l'amore perfetto caccia via la paura, perché chi ha paura teme un castigo. Quindi chi ha paura non è perfetto nell'amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo.

Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello.

1 Giovanni 4:7-21

L'amore di cui si parla in questo brano non é un amore qualunque che può essere espresso unicamente nell'amicizia, nella solidarietà umana, nella reciproca unione e nell'aiuto altruistico. L'amore che ci viene qui presentato deve essere considerato nella prospettiva e nella sfera dell’azione di Dio, il quale per primo ci ha amati ed ha mandato il Suo Figliolo per essere l'espiazione dei nostri peccati.

La comunità cristiana può intendere in maniera giusta cosa significa l'amore concreto verso il prossimo solo se comprende la natura dell'amore che Dio ha manifestato verso l'umanità.

L'amore infatti proviene da Dio e si é manifestato in maniera concreta nei nostri confronti con l'invio del Suo Figliolo: "Iddio ha tanto amato il mondo che ha mandato il Suo Figliolo, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Gv 3, 6)

Dopo la venuta di Cristo i credenti sanno che l'amore non può essere inteso soltanto come uno stimolo interiore al bene, in quanto questo già lo conoscevano anche prima, ma deve essere inteso come un'esperienza di accettazione, di salvezza e di liberazione che riguarda tutta l'esistenza dell'uomo.

Soltanto chi si pone in questa prospettiva ed in questa sfera di azione di Dio e pratica l'amore, appartiene e Dio e lo conosce e vive già ora in perenne contatto con Lui. Chi invece non pratica questo amore é lontano da Dio ed é lontano in egual misura anche dalla luce, dalla conoscenza, dalla fede e dalla vera vita.

L'affermazione lapidaria riportata al versetto 8 e ripetuta al versetto 16 che "Dio é amore" non va intesa come una definizione esclusiva di Dio, come del resto non é una definizione esclusiva di Dio quella che troviamo in altri passi in cui si dice che "Dio é Spirito". Abbiamo qui solo l'espressione di alcuni attributi di Dio, la cui vera essenza é ben lontana dalla nostra comprensione, in quanto la nostra natura umana non ci permette di metterci al Suo stesso livello.

L'affermazione che "Dio é amore" non esclude che Egli sia anche da considerare come giudice potente, santo e giusto.

L'offerta del Figlio Unigenito determina la grandezza dell'amore stesso di Dio il quale non rimane chiuso in sé stesso, nella sua santità e nella sua gloria irraggiungibile, ma in Gesù Cristo invia nel mondo la luce, la verità, l'amore, in modo che gli uomini, nella loro condizione di lontananza da Dio, possano ora ricevere la vera vita. Quale mediatore e modello di questa vita, Gesù Cristo, essendo Figlio di Dio, é colui che ha fatto sperimentare agli uomini, e continua ancora oggi a farlo sperimentare con il Suo Spirito, il contatto diretto con Dio.

Si può quindi conoscere l'essenza dell'amore solo dove Cristo é stato accettato e viene testimoniato, cioè nella comunità dei credenti. Soltanto in essa l'uomo, ritrovando sé stesso e la sua "immagine di Dio" può vivere in modo nuovo in questo mondo, fondandosi sull'opera di redenzione.

Prima e al di fuori della comunità di credenti non può esserci vero amore, perché la conoscenza che può avere l'uomo del Dio giusto e che allo stesso tempo ama, é sepolta sotto un cumulo di presunzione, vaga nella più completa confusione e rimane nella indifferenza ostile.

L'imperativo del v. 7 "amiamoci gli uni gli altri" é già stato sviluppato e ricondotto all'opera di Dio. Ora però al v. 11 viene nuovamente ripreso perché si deve parlare della risposta dei credenti all'amore di Dio. Si ripete così, nel suo contenuto essenziale, ciò che era già stato detto in precedenza con l'aggiunta però che il nostro amore non deve essere indirizzato direttamente a Dio che "nessuno ha mai visto", ma verso i fratelli in maniera reciproca.

L'amore che si manifesta nella contemplazione di Dio é soltanto un processo spirituale interiore che non corrisponde all'amore di Dio, manifestatosi invece in maniera concreta verso gli uomini.

L'amore di Dio verso gli uomini é stato talmente concreto che può essere accolto soltanto là dove viene anche praticato, dove cioè vi é una controparte che ha bisogno d'amore.

Come Dio ama il mondo per salvarlo, così i cristiani devono amare i loro fratelli, per come essi sono, con tutti i loro difetti e tutte le loro mancanze, perché Dio ha amato il mondo indipendentemente dal fatto che gli uomini fossero dei peccatori e non meritassero il Suo Amore.

Solo così i credenti possono usufruire della vera vita che proviene da Dio e il suo amore, da loro sperimentato concretamente, diventa regola di vita dei redenti e di coloro che sono stati liberati dalla potenza del maligno.

In questo senso l'amore dei credenti é anche amore verso Dio perché dà ad essi la possibilità di essere conformi a Dio.

Il termine "dimorare" del versetto 13 ci ricollega alla formulazione di un linguaggio di salvezza già usato dall'autore al capitolo 3, versetto 24. Egli torna a ripeterla in questo passo per affermare che lo Spirito di Dio, al quale i cristiani partecipano, é la garanzia della loro perenne comunione con Dio nella fede e nell'amore.

Nello Spirito i credenti confessano che Gesù Cristo é il Figlio di Dio incarnato e così sono coloro che ricevono e praticano l'amore. Un simile amore é quindi per loro qualcosa di più di una solidarietà sociale, é una solidarietà che ha la certezza di fondarsi sul nuovo Spirito comunicato da Gesù. Essi sono segni tangibili di un mondo salvato che si manifesta già nella comunità di coloro che testimoniano e annunziano il messaggio di salvezza.

Il mondo non lo ha riconosciuto, ma i testimoni della comunità dei credenti ha riconosciuto in Gesù "il Salvatore" che era atteso da tutto il mondo, fin dall'antichità, in quanto riassumeva in sé tutte le speranze di salvezza, sia politiche che individuali e religiose.

L'amore dei credenti si fonda quindi su di una realtà ben sperimentabile. Pur non essendo ancora pienamente in Dio, essi possono sapere tuttavia, mediante la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, cosa significa l'amore di Dio e come questo amore si concretizza.

Le due realtà: Amore e Fede sono strettamente connesse fra di loro perché l'Amore non é sentimento, ma vita pratica e perché la Fede non é soltanto dottrina, ma una scelta di natura esistenziale che condiziona in maniera fondamentale la nostra vita.

Per distinguere veramente l'ambito della comunità concreta di Cristo e di Dio dalla sfera della confusione e della vita non autentica e caduca non basterebbe l'amore senza la fede o la fede senza l'amore. Pertanto in definitiva un appello all'amore, nella prospettiva di Dio, é al tempo stesso anche una confessione di fede.

Nel versetto 17, coerentemente con quanto affermato prima, l'amore divino trova compimento presso i credenti nel fatto che essi sono perfettamente certi della salvezza. Il giorno del giudizio di Dio, che ormai incombe, non é per essi l'ora della decisione ultima circa la loro salvezza, ma l'ora della conferma del loro amore.

Essi infatti, già ora in questo mondo, appartengono alla stessa realtà di Cristo, il loro giudice. La loro consapevolezza deriva dal fatto che il Cristo celeste é caratterizzato dallo stesso amore che i credenti sperimentano e realizzano nella loro vita.

I credenti conoscono il Signore ed il giudice celeste ancora prima del Giudizio Finale e questo Signore e giudice, altri non é che lo stesso Gesù di Nazareth che, in quanto giusto, é anche giudice.

Coloro che amano però sono già salvati. Sostanzialmente essi hanno già lasciato alle spalle il futuro giudizio di Dio. La realtà storica della chiesa in lotta contro il mondo, privo di salvezza, esige tuttavia che vi sia una manifestazione finale e universale di Dio nella quale si compia in modo definitivo la distinzione fra salvezza e perdizione che, a sua volta, é già presente.

La certezza della salvezza e timore si escludono a vicenda; quindi anche l'amore che fonda la certezza della salvezza esclude il timore. Si tratta naturalmente del timore del castigo messo in relazione con il giudizio di Dio. Colui che ama non deve temere a motivo dei suoi errori in quanto esiste la promessa di una salvezza certa. Naturalmente l'illimitata fiducia nella salvezza non può essere determinata dall'amore in quanto attività umana, ma dal vivere nell'amore sperimentato da Dio. Quindi ove i cristiani potrebbero ancora essere preoccupati della piena realizzazione della loro salvezza, essi debbono completamente e fiduciosamente abbandonarsi all'amore perfetto che viene da Dio.

Alla fine, ai versetti da 19 a 20, viene ancora ripetuto l'appello all'amore fraterno. Nel versetto 19 sta la chiave per comprendere tutto il brano. Riprendendo, infatti, quanto già affermato al versetto 10. l'autore sacro ribadisce che noi amiamo preché Dio stesso ci ha amati per primo. Il nostro amore non é dunque di natura umana, ma é un amore che affonda le sue radici nell'amore di Dio per l'uomo. Colui che dà inizio all'amore cristiano é Dio stesso. Chi dunque afferma di amare Dio senza realizzare nella stessa maniera l'amore per i fratelli che sono stati amati da Dio é bugiardo, la sua affermazione é sbagliata, priva di fondamento ed egli vive lontano da Dio. Il suo odio o non amore é in antitesi stessa con Dio.

Chi dunque si estrania dalla comunità, si separa pure da Dio. Dio vuole che i credenti diano prova del proprio amore di Dio nel loro amore fraterno e così mostrino che si trovano innestati nel processo di quell’amore iniziato da Dio e divenuto concreto in Gesù Cristo.

Nel brano in questione si parla di amore reciproco e di amore fraterno, ma il fratello, secondo quanto ci viene riferito nel capitolo 3 della stessa lettera é chiunque si trovi nel bisogno. D'altra parte se non riusciamo a realizzare anzitutto l'amore fraterno, tanto meno saremo capaci di amare il nostro prossimo.

La morale di tutto il brano consiste nell'affermazione che senza amore fraterno non esiste neppure l'amore per il prossimo e senza l'amore del prossimo non vi è nemmeno l'amore per Dio.

Franco Malfitano

Last Updated on Tuesday, 18 April 2017 07:10